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Tracce di una grande storia
A cura di
Alberto M. Cuomo
Lo storico e geografo
domenicano Leandro Alberti (1479-1553) nella sua Descrizione
di tutta l'Italia,la più importante opera geografica sulla
penisola del XVI secolo,stampata nel 1550, chiamo Binasco
"borgata fortificata graziosa e popolosa" e tramandò che il
giureconsulto Andrea Alciati (1492-1550), che possedeva nel
paese una magnifica villa, era solito chiamare in lingua
latina il borgo ad Bacinas "ai catini", utilizzando il
sostantivo di derivazione Gallo-ramanza Baccinum, "vaso
recipiente", perché spesso alcuni allevamenti del territorio
venivano invasi dalle piene dei numerosi corsi d'acqua che
lo attraversavano. Nel 1565, Bernardo Sacco scrisse che
anticamente il villaggio fu così chiamato poiché era punto
di fusione tra i confini dei territori di Milano e di Pavia,
separati dall'alveo del Ticinello. Binasco, borgo di confine
diviso dal fossatum (Ticinello) scavato dai milanesi nel XII
secolo, fu considerato per tutto il Medioevo "terra di
mezzo". Francesco Cherubini sostenne che vèss a Binasch si
diceva a Milano per indicare l'"essere a mezzo di una
cosa;essere a mezza strada". Lo stesso tema del toponimo
sembrava indicare il numero due, la duplicità del borgo,
tagliato dal Ticinello, dal quale si originava la fitta rete
di rogge e cavi per l'irrigazione della fertile terra.
Tuttavia, questa rete capillare di raccolta e convogliamento
idrico a volte non era sufficiente a contenere
l'ingrossamento delle acque che, straripando, si versano
nella bacinas , o "valli" risparmiando le insulaee o i
montes, cioè i dossi. Attualmente, però, i più accreditati
studiosi di toponomastica ritengono che Binasco derivi il
proprio nome da bina, che nella lingua locale più antica
significava "riparo, palafitta, chiusa", con un nuovo
riferimento all'abbondanza delle acque ed alla convivenza
con esse da parte dei primi abitanti del territorio. Il
Ticinello fu elemento ecologico rilevante per la storia del
territorio Binaschino e dei suoi antichissimi insediamenti.Il
corso superiore di questo canale, così come lo conosciamo,
fu derivato nel Medioevo dalla riva sinistra del Ticino e
condotto lungo il confine del territorio milanese da Rosate
e Vigonzone e, attraverso Binasco, per Villa Maggiore,
Siziano, CAmpo Morto e Cavagnera, con lo scopo di difendere
Milano dalle incursioni degli eserciti imperiali e dei
Pavesi. Tuttavia, osservando sulla carta l'andamento di
questo corso d'acqua, rettilineo (quindi artificiale) solo
nel suo primo tratto da Castelletto di Abbiategrasso a
Bubbiano, e nel seguito tortuoso e a grandi anse, si
comprende facilmente che per il "fossato milanese si
utilizzò l'alveo" di un importante " corso d'acqua naturale"
che convogliava le acque ricadenti dalla plaga superiore.Esso
che nell'antichità deve aver avuto ancora maggiore
importanza
che nel medioevo, presenta oggi un corso che è il frutto di
antiche opere militari, ma soprattutto dalla bonifica e del
lavoro di tante generazioni. Infatti, si può fondatamente
ritenere che l'attuale andamento di alcuni fiumi minori sia
dovuto ad una regolazione molto antica. E' naturale che in
epoca romana, quando Milano divenne una grande e popolosa
città, i suoi governanti abbiano dovuto affrontare sia il
problema di regolare le acque ricadenti dall’alto, sia
quello dell’approvvigionamento idrico. L’Olona che oggi
contribuisce le sue acque a quelle cittadine, deve un tempo
essere a Ponente di Milano sino al territorio di Binasco
dove continuava il suo corso originario nella parte naturale
dell’alveo del Ticinello. A conferma di ciò vi è anche la
toponomastica: il nome Olona compare ancora in un modesto
corso d’acqua, a sud di Milano, impoverito dalle irrigazioni
e ridotto alla funzione di colatore, che però nel corso
conserva l’andamento sinuoso caratteristico di un fiume;
inoltre, poco lontano da Lacchiarella, una frazione di
questo comune mantiene ancora come apposizione del toponimo
il nome del fiume:Castrate Olona. Quindi, l’antico corso
d’acqua naturale,scendendo da nord, agli inizi dell’impero
romano attraversava anche il territorio di Binasco da est
verso ovest e fluiva per quello di Lacchiarella dirigendosi
poi decisamente verso Sud. Fina dalla preistoria lungo il
Ticino correva un’antichissima via di comunicazione, una
strada nota ancora nel Medioevo come strada Merchatorum,
perché percorsa da mercanti che scendevano da nord. Questa
strada fu tracciata sul più alto dei terrazzi del fiume e
congiungeva il lago Maggiore con Pavia, passando per Turbigo
e Casorate Primo e mettendo in comunicazione i villaggi che
si trovavano ad est del Ticino e questi con quelli più
interni per mezzo di strade di minore importanza.Il
Ticino,l’Olona e la “strada dei mercanti “ furono gli
elementi geografici che favorirono gli spostamenti e gli
insediamenti durante la preistoria e in epoca romana e
l’avvicendamento di culture diverse nel territorio di
Binasco.I primi uomini che qui abitarono nel secondo
millennio a.C. si trasformarono da seminomadi in agricoltori
stabili e sono stati assegnati dagli studiosi al complesso
di cultura preistorica attribuito ai popoli liguri,i
quali,spostandosi lungo il Ticino e seguendo il corso
originario dell’Olona,fondarono qua e là piccoli villaggi.Ciò
non è stato ancora confermato dagli scavi archeologici,ma è
ipotizzabile dai ritrovamenti in superficie di manufatti in
selce nella zona di Santa Maria in Campo ,al confine tra i
comuni di Binasco e Casarile,dove dal 1990 al 1992,durante
tre campagne di scavi coordinati dalla Soprintendenza
archeologica della Lombardia,oltre alle fondamenta del
complesso conventuale francescanorisalente al XIV secolo e
della precedente chiesa del X secolo,sono stati riportati
alla luce,sia nel sito,sia sparsi nei dintorno,manufatti di
epoche molto più antiche.Alcuni di questi reperti sono
assegnabili alla cultura di Canegrate e mostrano come
essa,dopo essersi sviluppata più a nord sulla riva destra
dell’Olona,sia poi giunta,circa mille anni prima di
Cristo,anche nel territorio di Binasco seguendo le antiche
vie di comunicazione fluvialee la “strata merchatorum “.In
base ai ritrovamenti effettuati nella zona di Santa Maria in
Campo,i più antichi insediamenti avvenuti nel territorio di
Binasco possono essere così suddivisi cronologicamente
Frequentazione del periodo neolitico (3000-2000
a.C.) testimoniata da strumenti d’uso quotidiano in
selce,ottenuti con la tecnica della pressione bipolaree quindi
ritoccati in modo da far assumere alla scheggia la forma
desiderata,come il grattatoio con margine a forma di semicerchio
che veniva usato per la lavorazione della pelli e alcune piccole
lame affilatissime,utilizzate come strumenti da taglio,oltre ad
alcuni blocchetti in selce dai quali venivano scheggiati i
manufatti.Cultura
di Canegrate,appartenente
al periodo del Bronzo Finale (1200-1000 a.C.),con molta
probabilità di origine centroeuropea.Con la cultura di Canegrate
viene abbandonato il rito dell’inumazione del morto e viene
adottato quello della cremazione.Le ossa e ele ceneri del morto
cremato erano deposte in un’urna di materiale fittile che veniva
collocata in una semplice buca nella nuda terra.Il corredo
funebre era solitamente formato da oggetti in bronzo,provenienti
dal rogo e di conseguenza deformati dal calore,in genere di
carattere ornamentale (armille,orecchini,pendagli,spilloni,torques).Con
la scoperta dei metalli l’uomo non solo iniziò a costruire nuovi
strumenti d’uso,ma mutò parallelamente e in modo radicale la sua
concezione riguardo all’aldilà,sostituendo al rito inumatorio,ispisrato
al culto della Madre Terra, quello crematorio, determinato dalla
religione solare.Civiltà di Golasecca (IX-X secolo A.C.).Forse
di origine elvetica,i golasecchiani giunsero a Binasco seguendo
il corso del Ticino e conservarono le loro consuetudini fino al
VI secolo a.C..A partire dall’inizio del V secolo appare
documentata una influenza etrusca,derivante dai rapporti
commerciali.I clan Golasecchiani si suddivisero in numerose
famiglie che occuparono un’area distinta,solitamente
piana,destinata alle coltivazioni,prediligendo zone ricche
d’acqua come il territorio di Binasco.Tra le culture italiane
dell’Età del Ferro quella di Golasecca,a cui appartenevano gli
abitanti del nostro territorio del VI e del V secolo a.C.,presenta
i maggiori contatti e affinità con la cerchia culturale
Hallstatiana ( Francia orientale,Germania
sud-occidentale,Svizzera ) a conferma dell’importanza storica
del Ticino,dell’Olona e della “strada dei mercanti” per i
spostamenti dei gruppi della zona pedemontana verso la pianura.Carattere
comune dei contesti tombali e della abitazioni è quello di
presentarsi a gruppi sparsi,fatto che testimonia
un’organizzazione a piccolinuclei familiari che nell’ambito
sociale assolvevano compiti diversi.Vi erano capanne isolate di
agricoltori,pastori e cacciatori,non molto lontani dai
quali,presso il Ticinello-Olona,dovevano sorgere gli agglomerati
abitativi popolati da artigiani,commercianti e pescatori.I
golasecchiani vivevano in semplici capanne probabilmente
riadattate stagionalmente in quanto avevano strutture aeree
labili.Di forma circolare,avevano pavimentazione in ciottoli che
erano ricoperti di paglia o con stuoie.Esistevano anche
pavimentazioni in concotto,come confermano alcuni ritrovamenti
di suoi frammenti.Le attività artigianali e domestiche erano
sufficientemente numerose.La tessitura è testimoniata dai
ritrovamenti di fusaiole,rocchetti e pesi da telaio.L’arte
ceramica è documentata da reperti funebri e domestici.I
manufatti funebri si differenziano notevolmente da quelli
domestici ,essendo di fattura molto più curata sia nella qualità
della terracotta,ben depurata,sia nell’estetica.La ceramica
domestica,invece,presenta recipienti per la maggior parte di
grandi dimensioni,di notevole spessore,con ceramica ad impasto
grossolano,decorazioni a grano di riso,pizzicata,ad unghiata.
Cultura celtica o La Tène ( dal IV secolo
alla seconda metà del I secolo a.C. ).Il nome che identifica
questa fase di civiltà proviene dal villaggio di La Tène,situato
all’estremità del lago di Neuchatel.Le genti appartenenti a
questa cultura erano ottimi agricoltori e allevatori,amavano
l’oro,praticavano alcune forme di attività commerciali e
possedevano una monetazione di imitazione greca.Negli
immensi boschi che allora si estendevano tra la riva
orientale del Ticino e il corso originario dell’Olona,la
presenza delle tribù insubri è testimoniata dai ritrovamenti
archeologici avvenuti nel territorio binaschino,oltre
che,naturalmente in quello milanese e pavese.Furono trovate
lapidi dedicate alle matronae o matres,come le chiamavano i
latini.Le Matrone erano divinità celtiche femminili.Una
particolarità degli dei Celti era il triplice aspetto
(divinità a tre teste,a tre volti,gruppi di tre dee
),espressione della massima potenza divina.Tra gli epiteti
che venivano assegnati alle Matrone vi erano i nomi di
località,il che vorrebbe significare che i villaggi erano
posti sotto la protezione della medesima dea.Le tre Matrone
simboleggiavano e proteggevano la fecondità ed erano
particolarmente onorate dallecomunità contadine.Nella
cultura celtica le grandi feste agrarie segnavano il punto
di contatto tra il mondo degli dei e quello degli uomini e
confermavano periodicamente la sovranità divina sulle cose
terrene e la devozione umana verso la presenza del sacro.Le
Matrone erano onorate specialmente nelle regioni dove
esistevano dense foreste,presso le sorgenti dei fiumi o dove
scaturiva acqua dal suolo-come presso Santa Maria in
Campo-poiché esse,oltre a proteggere la fecondità della
natura e degli uomini personificavano anche la forza
vitalizzante delle acque.
Dominazione romana.Uno
degli effetti della romanizzazione,che,oltre a numerosissimi
reperti archeologici,lasciò tracce profonde nel territorio di
Binasco,ancora oggi ben rilevabili,fu la centuriazione.E’ ormai
noto che i Romani,quando dividevano le terre da assegnare in
proprietà privata,procedevano a misurare accuratamente il suolo
da assegnare,tracciando sul terreno rette tra loro parallele che
si incrociavano con angolo di 90°.Queste
linee,incrociandosi,delimitavano degli appezzamenti di
terreno,detti “centuriae”,che di solito erano dei quadrati di
2.400 piedi di lato (m.710,4),pari a circa 50 ettari di
terra,cioè 200 iugeri:da qui il termine”centuriatio”,centuriazione.Le
linee di divisione erano dette cardines e decumani:le prime
andavano da nord a sud-o seguivano approssimativamente questo
orientamento-le seconde avevano direzione est-ovest-con maggiore
o minore deviazione a seconda dei casi,ma tanto le prime ,quanto
le seconde formavano sempre tra loro un angolo retto .Di queste
linee,due erano le prime tracciate dagli agrimensori romani,il
cardo maximus e il decumanus maximus,che si incrociavano al
centro,o umbilicus,della centuriazione.Prprio su questo incrocio
spesso venivano edificate le “ville rustiche”,aziende agricole
autosufficienti,dove,a volte ,risiedeva anche il proprietario
terriero,alcune delle quali diedero origine ad antichi
villaggi,perché spesso presso di esse confluivano molti
contadini che poi vi risiedevano stabilmente.Cardi e decumani
erano,nello stesso tempo,limites e calles,strade,e uno degli
scopi principali della centuriazione o limitazione era quello di
assicurare per mezzo di queste strade il libero accesso ai fondi.L’andamento
generale dei “limiti” si conservava finchè erano usati come
strade o sentieri;inoltre lungo i “limiti” si scavavano fossati
,o si deviavano corsi d’acqua che attraversavano i fondi,o si
piantavano siepi e filari d’alberi,dopo aver bonificato la zona
incanalando le acque in eccedenza.Partendo da ovest,Binasco
risulta sorgere tra il nono e il decimo cardo ed attraversato
dal tredicesimo decumano passante per Vernate e Cascina
Cicognola.L’altro elemento che nel periodo romano caratterizzò
il nostro territorio fu la strada consolare Milano-Pavia,toccata
da strade secondarie locali che,seguendo le direttrici della
centuriazione,collegavano ad essa i centri abitati della zona.La
strada Mediolanum-Ticinum era lunga 21 miglia e iniziava appena
fuori da Porta Gemina Ticinese di Milano e dal “Quadruvium”(Carrobbio)
proseguiva in linea retta per Pavia,passando per cascina Decima
(Lacchiarella),”ad Decimum”,dove sorgeva la decima pietra
miliare che segnava l’esatta metà del percorso tra le due città
e che era anche il luogo per il cambio dei cavalli.Già dai primi
anni dell’impero il possesso della cittadinanza romana era
legato all’iscrizione in una delle 35 tribù territoriali in cui
erano divisi la città di Roma e il suo territorio,per cui tutti
i cittadini delle comunità italiche furono ripartiti nelle tribù
rustiche.Gli abitanti del “municipium” di Milano furono censiti
nella tribù Ufentina,quelli del territorio di Pavia,che iniziava
a sud dell’attuale Ticinello-quindi anche Binasco-nella tribù
Papiria.L’organizzazione politico-amministrativa dello stato
romano non lascia supporre la necessità di erigere tra Milano e
Pavia delle fortificazioni.Un precipitoso incastellamento
avvenne,invece,solo verso la metà del secolo X,quando le
comunità locali dovettero far fronte alle ricorrenti incursioni
degli Ungari,che il 12 marzo dell’anno 924,incendiarono e
saccheggiarono Pavia.Le città rinforzarono la loro cerchia
muraria e molti villaggi si
fortificarono;vescovi,cittadini,signori e contadini si assunsero
l’onere di provvedere alla difesa contro il temuto flagello.I
re,che si erano sempre riservati il diritto di erigere
castelli,concessero allora a signori e alti prelati il permesso
di fortificare città e borghi. L’anno seguente l’incendio di
Pavia,il ramo biaschino dei Gonfalonieri-famiglia di discendenza
e di legge longobarda-ottenne da Rodolfo II la riconferma di
alcuni privilegi per la fedeltà dimostrata nei confronti del re
e l’aiuto prestato alla Chiesa ticinese combattendo
valorosamente contro i feroci Ungari per la difesa della città e
del suo territorio(diploma del 18 luglio 925). Nell’anno 943 i
re d’Italia Ugo e Lotario concessero ampi privilegi feudali al
vescovo di Pavia. Nel 967,il vescovo Liutfredo esercitava
pienamente il suo diritto feudale su Binasco,tanto che concesse
la costruzione della chiesa di Santa Maria in Campo con le
spontanee oblazioni dei fedeli nel luogo in cui,verso la metà
del secolo,era stato trovato un cippo militare romano sul quale
una mano ignota aveva dipinto la Vergine con il Bambino (la
Madonna del Piastrello),che venne onorata come icona miracolosa.E’
molto probabile che durante il vescovado di Liutfredo o del suo
predecessore Leone venne edificato il primo castello di
Binasco,che non è identificabile con l’attuale,eretto dai
Visconti:esso sorgeva presso la Chiesa di Santa Maria in Campo,a
sud del Ticinello. Poiché allora i Confaloinieri e i Villata
erano le più potenti casate binaschine,ad una di esse venne
assegnato in beneficio feudale la fortificazione con l’onere
della difesa del borgo e della manutenzione dell’edificio.Il
primo documento attestante la presenza di un castello a Binasco
risale all’8 maggio 1129:si tratta di una bolla del vescovo
ticinese Bernardo,il quale,in un momento di grande tensione tra
le città di Milano e Pavia ordinò di “ riparare la torre e la
cortina muraria del castello di Binasco,incominciando da Porta
Nuova “. Da questa breve menzione si deduce che la
fortificazione originaria,secondo una prassi costruttiva allora
in uso,fosse costituita da una sola torre e da un muro che
racchiudeva alcune abitazioni e che era stato recentemente
ampliato nel perimetro,dal momento che in esso era stata aperta
una porta,detta appunto “nuova “. Il Torrione e la vera e
propria struttura castrense si ergeva a sud del Ticinello,tuttavia
un’ampia area fortificata,permanentemente abitata,racchiusa da
strutture difensive,si protendeva a nord,oltre il corso
d’acqua:si trattava del receptum che si mantenne quasi del tutto
integro anche nei secoli seguenti,condizionando lo sviluppo
insediativi del borgo fino alla seconda metà del XVIII secolo.
Nel 1170 è citato per la prima volta il “comune loci “ di
Binasco,ovvero l’organizzazione comunale rurale del borgo con
assemblea e consoli. In quell’anno il console Pietro,detto
Bianco di Binasco,fu chiamato(16 agosto) insieme ai consoli dei
comuni vicini-Petracio,detto Buxolo,di Cascina Fiorano,Amizio,detto
Reposso,di Mentirate,e Gisulfo, detto “de Torredano”,di
Torriano-a giudicare una controversia sorta tra Oleico,abate del
monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia,e Corbo,maestro e
prevosto della chiesa di San Lorenzo Maggiore presso Milano ai
beni situati nella Cascina Fiorano. Nonostante lo sviluppo della
fortificazione a nord del Ticinello,ancora nel 1220 il corso
d’acqua era elemento di netta separazione territoriale. Infatti
Federico II,confermando a i pavesi tutti i privilegi di cui li
aveva già dotati Federico I,elencò le località che ne
costituivano il territorio,enumerando verso nord Binasco,
Mandrino, Casatico, Vernate, Zibido, Corliasco, Mettone, Fiorano,
Casirago, Bubbiano, Besate, Casorate ecc. oltre agli altri
luoghi “che sono a partire dal fossato che si trova tra Milano e
Pavia ,verso Pavia”. Nel 1267 una serie di villaggi che si
autodefinivano “luoghi della discordia”,situati sul confine tra
i contadi di Milano e Pavia,presentarono una petizione nella
quale proponevano esenzione fiscale in cambio di servizio
militare attivo e ampliamento di giurisdizione milanese in una
zone d’influenza contrastata:Binasco si trovava in mezzo a
questi luoghi che,nei secoli seguenti,costituirono la zona detta
“terre comuni tra Milano e Pavia”. Nel 1374 Binasco divenne
possesso visconteo,come risulta dall’investitura avvenuta nello
stesso anno a Bianca di Savoia. E’ certo che da questa
condizione il borgo ottenne molti benefici che si concretarono
in vantaggi economico-amministrativi,in ciò favorito dalla sua
posizione geografica. A partire da Azzone e fin verso la metà
del Trecento non vi fu borgo di qualche importanza che non fosse
stato assicurato contro le aggressioni nemiche dalla costruzione
di un castello turrito: del castello visconteo di Binasco si
hanno notizie a partire dal 1329. Se nel periodo di lotte tra
comuni e impero il villaggio aveva subito negativamente la sua
ubicazione, a metà strada tra le due principali città del
dominio, pagandola in termini di generale precarietà, con
l’unificazione viscontea la precedente condizione si trasformò
radicalmente: il castello rese il borgo “ terra del signore “ e
garantì in esso la crescita di attività, di uomini, di strutture
abitative, perciò anche di strutture economiche, delle quali
divenne integralmente parte lo stesso castello. L’erezione della
fortezza diede avvio ad una serie di relazioni tra il villaggio
e la fortezza, tra questi e le località vicine. Alla fine del
XIV secolo Binasco era sede di un vicariato che comprendeva 48
terre, tra le quali si ricordano : Basiglio, Badile, Bettola,
S.Salvatore, Casarile e Zavanasco, Cassina Scaccabarozzi,
Vigonzino, Monterosso, Mandrino, Lacchiarella, Porchera, Cassina
Pelucca, Colombara, Pasturago, Vernate, Piastrello, Cicognola,
Ghisalba, Cassina Decima, Coriasco, Moncucco, Zibido San
Giacomo, Mandrugno, San Pietro Cusico, Casorate, Calvignasco,
Bettola, Pioltino, Merlate, Femegro, Mettone, Moirago. Le
modalità con cui i signori di Milano provvidero ad erigere il
loro castello furono influenzate dal sistema di protezione già
esistente- del quale furono attivate le parti obsolete- dalla
ubicazione del borgo e dalla conformazione del nucleo abitato.
Binasco era sorto all’interno di un intreccio idrico, in parte
naturale e in parte artificiale, in modo da usufruire dei
vantaggi offerti dai corsi d’acqua. Il ticinello ben si prestava
a difendere il borgo: da esso si derivò l’acqua necessaria per
alimentarne il fossato. Il “refosso “, che cingeva ben tre lati
del nucleo abitato, attingeva invece dalle acque della roggia
del mulino, che a sua volta dipendeva da quelle del Ticinello.
Parallelamente al secondo fossato si stendeva il “ terraggio “,
un baluardo di antica costruzione che i Visconti provvidero a
ripristinare. Due erano gli ingressi al borgo: a nord Porta
Milanese, detta anche Porta di Binasco; a sud il Ponte di
Binasco che valicava il ticinello. Attraverso essi passava la
“strada mastra “ Milano - Pavia. Presso il Ponte di Binasco,
sorretto da arcate in cotto e lastricato da grandi beole,
sorgeva la guardiola con lo stemma visconteo, dove la biscia era
fiancheggiata dalle lettere F e M, che dovevano probabilmente
contrassegnare lo speciale dominio esercitato sul borgo da
Filippo Maria Visconti. Qui un esattore riscuoteva i pedaggi, il
cui ammontare era stabilito con speciali tariffari. Entrambi gli
ingressi potevano essere sbarrati: una grata in ferro bloccava
il passaggio sul ponte. Non si ha notizia di nessun altro
accesso al borgo. Nel 1387 Bianca di Savoia morì e le rendite
della possessione di Binasco confluirono nella Camera Ducale,
finché, nel 1396 Gian Galeazzo Visconti non decise di devolverli
all’erigenda Certosa di Pavia, esaudendo il voto della moglie
Caterina. Da allora fino alla seconda metà del XVIII secolo gran
parte del territorio biaschino costituì una delle rendite dei
monaci certosini. Il castello di Binasco fu nei secoli un
elemento fortemente caratterizzante il territorio circostante.
Mentre le stampe ottocentesche e la cartografia precedente lo
riproposero come elemento costante della realtà ambientale e la
documentazione d’archivio lo restituisce come presenza che
conservò la pienezza della sue funzioni fino a quando nel
periodo spagnolo non ne fu mutato radicalmente l’assetto,
reminescenze “ gotiche “ preferirono animarlo con ineliminabili
scenari cari all’immaginario popolare. Per altro evocò sempre il
cupo dramma legato all’esecuzione di Beatrice Cane,meglio nota
come Beatrice di Tenda e quello di Michele Orombello. Tuttavia
la presenza fisica del castello non basta da sola a
simboleggiare tutto il luogo:Binasco fu un borgo contadino nel
quale l’intima unione tra vita domestica e lavoro determinò
l’organizzazione delle abitazioni e del territorio,inoltre,a
metà strada tra Milano e Pavia,si trovava sulla strada che
collegava le due importanti città. Un’attenta lettura dei
documenti,in particolare dell’atto di donazione alla Certosa di
Pavia del 15 aprile 1396,rende possibile una ricostruzione
abbastanza precisa della pianta del borgo,quale si configurava
nel XV secolo,e del suo territorio;fisionomia che mantenne per
secoli. Le case degli abitanti della zona (tutti concessionari
della Certosa se non altro perché ne abitavano gli immobili o ne
lavoravano le terre) si raggruppavano nel borgo e in alcune
località esterne alla cinta di fortificazione,quali il
Malcantone,ai “Prati Vecchi”,a Monterosso,ai “Prati di Santa
Maria”,a Cicignola(cascina dove nel 1445 nacque la Beata
Veronica Neuroni,patrona di Binasco). L’habitat risulta già nel
1396 decentrato. A Binasco risiedeva il vicario del Duca che
esercitava i diritti giurisdizionali e feudali sul
distretto:abitava nel Sedime Grande,una costruzione signorile
con ampio appezzamento di terreno a giardino posto a nord della
Chiesa di Santo Strefano. Nel palazzo-lussuosa cassaforte a due
piani con torretta,posta a nord del castello-risiedeva,invece,il
rappresentante dei monaci della Certosa,che ne amministrava la
grande proprietà. Nel castello vi era il “prefetto”del borgo che
era a capo della guarnigione militare. Il prefetto o capitano
svolgeva anche mansioni di polizia,quali la sorveglianza contro
le frodi e il contrabbando,prevenire insurrezioni e commercio di
armi,arrestando tutti coloro che si rendessero sospetti di
attentati contro il Ducato o contro il Principe. Infine,la parte
settentrionale del borgo comprendeva il “ricetto” ed alcuni
sedimi sorti attorno ad esso;era cinta da mura e fossato e vi
risiedevano famiglie di massari della Certosa e di contadini.
Binasco era un centro economico rilevante-nel 1396,55 famiglie
avevano beni in affitto nel borgo e, segno evidente di questo
sviluppo era stato, nel primo quarantennio del XV
secolo,l’espandersi delle case e dei sedimi fuori dal perimetro
del vecchio villaggio murato,come,ad esempio,Cascina Bozza,circa
un chilometro a nord del castello. Gran parte dell’insediamento
era attraversato dalla strada maestra Milano – Pavia. Questa
entrava in Binasco da Porta Milanese, a nord – est, percorreva
il cuore del borgo, scavalcava il “ponte di mezzo”, sulla roggia
del Mulino e, dopo aver costeggiato il lato orientale del muro
di controscarpa della fossa del castello, superava il “ponte di
Binasco” (l’odierno ponte di via Matteotti sul Ticinello).
Giunta nei pressi del “Falcone” (il piccolo bacino formato dall’incile
del Ticinello, che serviva da porto per le imbarcazioni che vi
giungevano percorrendo il Naviglio Nuovo), a sud del borgo
curvava prima verso est per oltrepassare con il ponte di San
Giovanni il “Navigium Novum” (l’odierno Navigliaccio ), quindi
svoltava definitivamente verso sud, iniziando un rettifilo di
sedici chilometri verso Pavia. Prima di imboccare quest’ultimo
ponte, da essa si dipartiva la “strabella domini “ (l’alzaia),
che costeggiava la riva destra del corso d’acqua. Lungo la
strada mastra sorgevano alcune locande. Di fronte al castello vi
era la locanda di San Giorgio, anticamente detta “della Campana”
con camere, cucina, corte, orto e pozzo; essa confinava in parte
con l’osteria della Stella e in parte con il sedime affittato
agli eredi del fu Barcollo de Mertillano, e a sud, come già
detto, con il Ticinello, ad est in parte con la cascina che il
Duca si era riservata e in parte con il sedime tenuto a livello
da Mirano de Magisteri. In seguito, in questa
locanda-raffigurata nel “ Disegno del Tesinello di
Binasco,1566”- fu aperta una spezieria, una bottega con
assortimento di droghe, di cui, nel 1430 era stato fissato il
listino dei prezzi di vendita alla presenza del paratico degli
speziali e dei Dodici di Provvisione. L’ingresso dell’ “Hostaria
de la Stella” si trovava anch’esso sulla strada mastra; la
costruzione che l’ospitava si sviluppava soprattutto verso sud -
est fino ad arrivare al Ticinello e alla diramazione della
Roggia del Mulino che ad esso si allacciava. “Foris portas”, ad
ovest del Ponte di Binasco e prospiciente il Ticinello, sorgeva
l’”Hospitium Trium Regum” ( Locanda dei Tre Re ). Le prime
notizie sono contenute in un istrumento di locazione dell’anno
1404. La locanda, che era contraddistinta dall’insegna
raffigurante i Re magi, venne ristrutturata ed ampliata nel
1617, ma già nel XV secolo doveva essere sufficiente ad offrire
vitto e alloggio ad un buon numero di persone e ricovero agli
animali al loro seguito. Sempre lungo la strada maestra, ma ai
limiti opposti del borgo, verso nord, nei pressi di Porta
Milanese, sorgeva la Locanda della Santa Corona. Di essa si
hanno notizie a partire dal 1483: con lettera data da Milano il
27 gennaio di quell’anno, Gian Galeazzo Sforza concesse ai
fratelli Bartolomeo e Giacomo e ai loro nipoti Cristoforo e
Luigi, tutti “de Magnis”, nativi di Binasco e proprietari della
locanda, la cittadinanza milanese, confermando nello stesso
tempo quella pavese che già avevano ottenuto. I “de Magnis”
godevano di una sorta di patronato sull’altare dedicato a Santa
Maria Maddalena della chiesa di Santo Stefano e nel secolo XVI
entrarono in lite con i “Romanio” che vantavano lo stesso
diritto.Nel cuore del borgo, presso il “Pons de Medio”, sotto il
quale scorreva la Roggia del Mulino, si trovava il Mulino di
Binasco(“sedimen ubi dicitur ad molendium Binaschi”). Ad esso
erano annesse altre costruzioni sussidiarie che facevano del
sedime un vasto complesso i cui limiti giungevano a sud e ad est
fino all’Osteria della Stella. Ilk Mulino Nuovo (“ad molendium
Novum”) era, invece, situato fuori dal borgo, nei campi a nord
di Cicognola e ad est della strada mastra per Milano. Confinava
su due lati con le proprietà che la chiesa di Santo Stefano là
possedeva e con le possessioni tenute da magister Gualterio e
Mirano de Magistri. Un terzo mulino, donato anch’esso alla
Certosa nel 1396, era sito al Malcantone, fuori dalle mura del
borgo, verso nord – est. Il castello, costruito dai Visconti e
custodito dal castellano, si trovava nel cuore del borgo, sulla
piazza principale. Accanto vi era la chiesa di Santo Stefano,
che occupava l’area dell’odierna casa parrocchiale, ma era
disposta con l’entrata verso ovest ( oggi l’entrata è a sud ),
che guardava la piazza. Un manoscritto, redatto nell’agosto del
1588, in particolare, ha permesso una ricostruzione dello stato
dell’edificio durante il periodo visconteo - sforzesco.
L’impianto quadrilatero della fortezza quattrocentesca aveva un
perimetro esterno, comprensivo anche delle torri in oggetto
rispetto alla cortina muraria, di braccia 285 ( m. 169,57 ),i
lati minori misuravano m.28,76, i lati maggiori m.45,81: le
dimensioni corrispondono alle attuali, segno che il perimetro
non ha subito modificazioni. Molto diversa era, invece, la
struttura dell’edificio: vi si ergevano cinque torri: quattro
sugli angoli ed una , il mastio, al centro della corte. Quest’ultima
era di notevole altezza perché, complessivamente, tra muro
scarpato e muro in elevazione raggiungeva un’altezza di m.36,89.
Il castello aveva due porte e due pivellini: nella descrizione
generale è citata la porta verso levante, cioè verso il borgo,
dotata all’esterno di rivellino “all’antica”, era la porta
principale ed aveva un aspetto imponente. Nel perimetro interno
del castello si trovavano quattro corpi di fabbrica, uno lungo
ciascun lato, addossati alle cortine esterne e con altezze
diverse. Dopo l’anno 1588, ad opera di Pietro Gonsalvo Manrique
de Mendoza, ambasciatore del re di Spagna a Genova e investito
del feudo di Binasco, si iniziarono i lavori di restauro che
modificarono in gran parte l’edificio, rendendolo come oggi lo
conosciamo. A nord – ovest del castello era ubicato il Palazzo
Grande, che confinava con una strada minore che portava al
Malcantone. Delimitato da un muro, nel sedime si trovavano,
oltre al “Palatium”, una signorile costruzione a due piani
sormontata da un’ampia torre – colombaia, altri edifici: la casa
nella quale abitava il vicario di Binasco, una seconda “domus”
adibita a “canepa “ ( magazzino) , una “caxelleta “ ( piccola
casa ), un “camarotus “(locale – ripostiglio) ed il “locus
curiallis”( i servizi). Ad est del palazzo Grande, confinante
con la casa del vicario, si trovava il Sedime grande, delimitato
ad est e a nord dalla Roggia del Mulino e a sud dalla strada che
costeggiava per un certo tratto il fossato della Chiesa di Santo
Stefano. I vari edifici che lo componevano, sei “domus”, una “canepa”,
una “cassina”, un forno e un pozzo, sorgevano attorno alla corte
o aia, uno spazio aperto cui si accedeva mediante un’ampia porta
ricoperta di tegole. Nell’abitazione posta più vicina alla
chiesa di S.Stefano risiedeva il parroco. A sud del Palazzo
Grande ( dove ora sorge il palazzo sede dell’agenzia della
Cariplo ) vi era il cortile dei torchi che confinava a nord con
la strada che conduceva al Malcantone, a sud con il Ticinello,
ad est in parte con il giardino del Duca , in parte con la
piazza antistante il castello. Al suo interno erano due “
cassine “ che riparavano due torchi per uva. Nel settore nord –
est dell’abitato, confinante con il Sedime Grande, si trovava
infine il “receptum”, luogo completamente circondato da mura,
dove abitavano i massari. Gli edifici di cui sicomponeva, dieci
unità abitative dette “domus”, tre “cassine “, due stalle , tre
pollai, erano per la maggior parte addossati al muro di ricetto
e ad essi si accedeva mediante la “strata particularis”(l’odierna
via Solferino) che si dipartiva in direzione nord dalla strata
mastra nei pressi di Porta Milanese. Al di fuori del borgo,
nelle località di Monte Rosso, Cicognola, Malcantone, nei prati
di S.Maria, ai Prati Vecchi, sulla strada che conduceva al
convento di Santa Maria in Campo e ai limiti del territorio
biaschino, sulla strata mastra verso Milano, si trovavano vari
insediamenti a carattere prettamente agricolo: Cascina del Ferro
( Cassina de Ferro ), il sedime detto Aia dei Massari (“ ad
sedimen de Hera Massariorum), Cascina Bozza ( Cassina de Bozjis),
Cascina Nuova (Cassina Nova), sedime tenuto in affitto da
Fiorino de Posnasco. Vi erano poi due fornaci: la “Dobierra”
presso il convento di S.Maria in Campo e la Fornace Vecchia, che
sorgeva lungo la strada che portava a Cicognola. Entrambe erano
circondate da “zerbi”, cioè da terreni non dissodati e arenosi,
che fornivano la materia prima e servivano per la stagionatura
dell’argilla che, prima di essere utilizzata, doveva essere
lasciata all’aria in cumuli per tutta la stagione invernale.
Coerente con la Fornace Vecchia vi era il sedime abitato dai
Posnasco, composto da otto cascine, con casupola coperta di
paglia, corte, aia, orto e forno. La Fornace Vecchia produsse i
2.850.000 mattoni necessari per edificare il castello, secondo
il computo della rilevazione notarile del 7 settembre 1587. Tra
la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento Binasco ebbe
tre chiese: S. Stefano, S. Giovanni Battista e S.Maria in Campo
con annesso convento francescano. L’antica chiesa di S. Stefano
sorgeva a nord – est del castello visconteo: lo spigolo
meridionale della facciata distava circa 34-35 metri dal lato
della torre nord-orientale della fortificazione, come si desume
dalla mappa del territorio di Binasco, eseguita tra l’8 e il 10
giugno 1722 da Giovanni Battista Mezzanotte per il censimento
dello Stato di Milano. Presentava un orientamento canonico con
ingresso ad ovest ed abside ad est: era infatti in posizione
ortogonale, ruotata di 90°, rispetto all’attuale chiesa, che,
invece ha l’abside a nord e ingresso a sud, e occupava parte del
terreno dove oggi vi è la casa parrocchiale. Si estendeva per 26
metri in lunghezza e 14 in larghezza; un muro la cingeva su tre
lati, delimitando la piazza, che si apriva sulla strata mastra,
tra essa e il castello. Un fossato lambiva il muro di recinzione
ad est e a sud. Tra la parte meridionale della chiesa e il muro
vero la piazza,ossia nel luogo ove ora si eleva l’attuale
parrocchiale, vi era il cimitero, mentre a nord, distante una
quindicina di passi, era l’abitazione del parroco che faceva
parte del grande complesso abitativo, suddiviso in diversi corpi
di fabbrica, detto Sedime Grande. Il “Sedimen Magnus” occupava
tutta l’area dell’attuale oratorio nuovo e comprendeva anche
cascinali con tetto in paglia per il ricovero di attrezzature e
bestiame. Il sedime confinava ad est e a nord con la roggia del
Mlino (“rugia Molendini “ ), a sud con la strada che, per un
certo tratto, costeggiava il fossato della chiesa di S .Stefano
e con l’orto parrocchiale di due pertiche, e ad ovest terminava
con l’abitazione “ nella quale era solito abitare il vicario di
Binasco “. Come già detto, la “domus” parrocchiale era stata
ricavata nella parte meridionale del Sedime Grande. Tra il
Sedime, a nord, e il castello, a sud-ovest, si ergeva la bella
costruzione romanica della chiesa di S. Stefano, dalla cui
facciata, guardando a nord-ovest, si poteva ammirare l’imponente
costruzione signorile del Palazzo Grande, una vera e propria
cassaforte con finestre a sesto acuto decorate, e, a sud-ovest,
il castello con il possente mastio svettante dalla cortina
muraria. Durante la visita pastorale del 7 novembre 1618, la
struttura della chiesa, che era ancora quella originaria, fu
definita “ di bella grandezza “ e si sottolineò che l’edificio
era stato costruito con il lavoro e le offerte degli stessi
abitanti del borgo, i quali provvedevano periodicamente anche
alla sua manutenzione. Sul sagrato, presso l’ingresso, si ergeva
una grande statua di S. Giovanni Battista. La facciata era
abbellita da un protiro, un piccolo atrio sporgente
sull’entrata, in parte in marmo, chiuso a volta e sorretto
anteriormente da due colonne, che proteggeva l’ingresso
costituito da un portale con due ante. Poco sopra la porta si
aprivano tre finestre, strette e alte (“oblongae”), terminanti
con arco a tutto sesto. Dodici finestre, poste su tre lati,
anche se di piccole dimensioni illuminavano sufficientemente
l’interno della chiesa, oltre ad altre due laterali poste
all’inizio dell’emiciclo dell’abside e in posizione sopraelevata
rispetto alle altre. L’interno si presentava molto armonioso:
quattro colonne squadrate in cotto delimitavano gli angoli
dell’unica navata, sulle cui pareti si potevano ammirare cinque
affreschi: tre eseguiti sul “frontispixium” sopra l’ingresso
raffiguravano i Santi certosini Bruno e Roberto di Molesme ed
erano laterali ad un altro affresco rappresentante un Angelo
circondato dall’iscrizione “Gratia Carthusiae”, senza dubbio
opere realizzate dopo il 1396, ossia dopo che Binasco fu donato
alla Certosa. Sulla parete di destra vi era l’immagine
affrescata di S. Stefano, dipinta in un tondo recante la scritta
“Protector Binaschi”; infine, sulla parete sinistra, vicino
all’abside, era stata affrescata l’immagine di S. Giovanni
Battista,intorno alla quale si poteva leggere l’iscrizione
“Advocatus Binaschi”. Le quattro colonne che delimitavano la
navata reggevano una volta a crociera, tipicamente romanica, e
creavano una suggestiva campata con sei archi:quattro
corrispondenti ai lati, due alle diagonali del quadrilatero.
Tutti questi archi erano portanti, ma, oltre alla loro funzione
prettamente architettonica, conferivano armonia alla visione
d’insieme dell’interno, plasticamente corrispondente alla
combinazione di spazi sapientemente incrociati. La nicchia
dell’abside, di forma pentagonale, era delimitata da due colonne
in cotto sulle quali poggiava l’arco che originava il catino. Il
presbiterio era sopraelevato di tre gradini di mezzo cubito
l’uno ( m.0,21 ) rispetto al pavimento della navata. Tra
l’inizio dell’abside e l’altare maggiore, posto sopra una
piattaforma di mattoni sulla quale si saliva con altri due
gradini di mezzo cubito, vi era una distanza di 3 cubiti (m.
1.26 ). Il presbiterio era separato dal resto della chiesa da un
cancello, costruito con legno di noce e decorato con fregi
d’oro, che si innalzava sino alla grande trave che chiudeva il
semicerchio della conca absidale. Il cancello ligneo aveva
un’apertura centrale della stessa larghezza dell’altare maggiore
e un’altezza tale per cui i fedeli potevano vedere completamente
anche l’artistico ciborio che lo sovrastava. Il ciborio si
elevava per più di tre cubiti sopra l’altare e la copertura a
cupola era sorretta da otto colonne, i cui capitelli
raffiguravano altrettanti visi di angeli, mentre sulla sua
sommità era posta una scultura di legno dorato del Salvatore.
Sotto la cupola del ciborio era sospesa con una catenella una
pisside d’argento e d’oricalco dorato contenente il S.S.
Sacramento. Dal centro del soffitto dell’abside pendeva una tela
pregiata finemente lavorata che copriva “magnificentissime”
l’altare e il ciborio. L’altare maggiore, “posto sotto il titolo
di S. Stefano”, era costruito con mattoni che reggevano il
tavolato mobile della mensa. Sei candelieri d’oricalco lo
ornavano; in mezzo ad essi vi era una Croce dello stesso
metallo. Sul fondo dell’altare erano posti tre paliotti di seta
e damasco bianchi, stesi su tavole di legno. Una lampada
d’oricalco era costantemente accesa davanti all’altere. Gli
stalli del coro erano in cotto con sedili lignei mobili;in mezzo
ad esso, un grande leggio per reggere ” Missali reali et Libri
ecclesiastici”. Era illuminato da una finestra munita di ante.
Di fronte a questa apertura vi era il passaggio per accedere
alla casa parrocchiale. Cappellano dell’altare maggiore era il
rettore della chiesa; dal 1591,questo altare fu posto sotto il
patronato del re di Spagna Filippo II, perciò il sacerdote
titolare era detto “ cappellanus Sancti Stephani Binaschi.
Sebbene nel XVI secolo la chiesa fosse intitolata a S. Giovanni
Battista, al rettore rimase il titolo del Santo Protomartire,
che dal 1591 gli fruttava una rendita annua di 200 scudi d’oro,
con l’onere di celebrare “cum cura “ nei giorni festivi. Lo “
iurispatronatus “ del re di Spagna continuò anche nel XVII
secolo, quando la chiesa fu definitivamente intitolata ai Santi
Stefano e Giovanni Battista. Nella chiesa vi erano altri due
altari. A “cornu Evangelij, cioè sulla parete sinistra,
guardando dall’ingresso, posto a 3 cubiti di distanza dalla
colonna che delimitava l’abside, vi era l’altare della
Beatissima Vergine Maria, nel 1618 ricordato come altare del
S.S. Rosario. Era di legno portatile, poggiato su beole di
granito decorato. Lo ornavano quattro candelieri e un paliotto
di seta bianca. In una nicchia ricavata nella parete sopra
l’altare, era posta un’icona rappresentante la Vergine che
mostrava il Figlio reggendolo con il braccio sinistro. Davanti
all’altare era posta una predella di legno sulla quale saliva il
celebrante. Il secondo altare laterale era intitolato a S. Maria
Maddalena. Posto di fronte al precedente, era costruito con
mattoni e aveva una mensa di legno portatile. Possedeva
anch’esso una predella per il celebrante. Una piccola statua
della Santa, scolpita nel granito, era appoggiata alla parete.
Lo abbelliva un paliotto rosso. I fedeli chiamavano questo
altare “ Romarium “, poiché la tradizione locale voleva che
fosse stato fatto costruire dalla nobile famiglia milanese dei
Romario, che possedeva beni nel territorio di Binasco,
soprattutto a partire dal XVI secolo. Tuttavia, dagli atti della
visita pastorale del 1618 si ricava che tale “iurispatronatus”
era diventato oggetto di disputa legale tra Alfonso Romario e la
famiglia milanese dei De Magni e, secondo quanto dichiarò il
rettore, la lite era “adhuc indecisa”. Il fonte
battesimale,marmoreo e di forma tonda,era posto a sinistra
dell’ingresso appoggiato alla parete. Sopraelevato di 1 cubito
(mt.0.42) dal pavimento,era coperto da un ciborio sorretto da
quattro colonne in legno in legno di pioppo. Né balaustre,né
cancelli lo separavano dal resto della navata. Poiché questa
vasca,che conteneva l’acqua per il rito battesimale doveva
essere piuttosto grande e,data la sua posizione inconsueta,dal
momento che il bordo era ad appena un cubito dal
pavimento,induce a supporre che si trattasse di una vasca entro
la quale,in tempi precedenti,il Battesimo avveniva per
immersione. Con il cambiamento del rito,quando si passò al
Battesimo per abluzione – probabilmente dopo il XII secolo – il
fonte battesimale non venne ridotto di dimensioni e innalzato.
Questa ipotesi spiegherebbe anche l’edicola lignea che lo
copriva. A destra dell’ingresso vi era un’acquasantiera di
marmo, sorretta da una da una colonnina di granito,presso la
quale, poi, appoggiato alla parete, fu posto un confessionale.
Le fondamenta dell’attuale chiesa parrocchiale furono gettate
nel 1750, quando era parroco Carlo Giuseppe Maiocchi. La
costruzione poté considerarsi quasi del tutto ultimata solo nel
1787, anche se la data che si trova scolpita sulla parete
esterna dell’edificio, sopra il coro, è il 1783: è questo l’anno
in cui probabilmente si giunse al completamento dell’edificio e
alla posa del tetto, come del resto si può desumere dal
contenuto del “Libro di Cassa”, conservato nell’archivio
parrocchiale, che contiene il rendiconto delle entrate e delle
uscite dal 1782 al 1787. In questi sei anni furono spese L.52.634,16,
ammontare che fu sufficiente ad erigere l’edificio religioso in
tutta la sua interezza e ad ultimarlo internamente. Le spese
furono coperte in parte da donazioni, in parte con la
partecipazione di fondi prelevati dall’ingentissimo patrimonio
costituito dai beni di proprietà della Certosa di Pavia,
autorizzata con mandati diversi dal governo austriaco e, in
parte, con elemosine. L’architetto Giulio Gallori eseguì i
disegni e diresse i lavori. Tra gli artigiani che lavorarono
alle finiture e alle decorazioni della chiesa si ricordano il
pittore Schieppati, il fabbro Giulio Magnaghi, il posatore di
pavimenti Placido Pessina, l’indoratore Ferrario, l’imbianchino
Pietro Saglietti, lo stuccatore Abbondio Brera, il vetraio
Domenico Alemanni, il marmista Carlo Antonio Galli, il falegname
Antonio Branduardi e il capofornaciaio Felice Maiocchi.Capomastro
alle dirette dipendenze dell’architetto Gallori fu Antonio
Biaggio. Via via che procedeva l’edificazione della nuova
chiesa, l’antico edificio romanico veniva smantellato per
utilizzarne i materiali recuperati per far posto all’abside. La
chiesa, anche se esternamente incompleta, si presente oggi
maestosa, con caratteri stilistici propri del tardo Settecento.I
fasci di lesene della facciata danno all’insieme slancio
verticale, senza il quale la facciata risulterebbe meno
armoniosa. Le sporgenze delle strutture dei capitelli delle
lesene evidenziano l’incompletezza, dal momento che la facciata
avrebbe dovuto essere rivestita di stucchi e dimarmi. Entrando
per il grande portale si ha una visione d’insieme di ampio
respiro nell’immenso spazio dell’unica navata, delimitata ad est
e ad ovest da tre cappelle laterali. L’occhio è subito attratto
dall’emiciclo absidale, dove campeggia il tempietto circolare
marmoreo,in stile neoclassico con sei colonne e capitelli
corinzi,che sormonta l’altare maggiore. La mensa dell’altare è
del 1861. Scrisse il muoni in proposito: “A speciale cura della
fabbriceria e dell’attuale parroco fu posteriormente eretto
all’altare maggiore di marmo di Carrara, incrostato da varie
lamine di lumachella, o granito d’Egitto, di broccatello di
Spagna, di fiamma di Francia e di verde antico sormontato da un
tempietto altrettanto semplice quanto elegante di stile
corinzio, le cui colonnette di mandorlato di Verona hanno basi e
capitelli di bronzo dorato.” Il che tutto compreso non superò la
spesa di lire 8.000. Il coro ligneo con stalli in noce, che
corona l’abside, apparteneva alla chiesa di S. Maria in campo,
nella quale venne posto intorno al 1596 per volere di Pietro
Consalvo de Mendoza: fu trasferito nella chiesa parrocchiale
dopo il 1805, anno in cui il convento francescano fu soppresso e
divenne possesso del Demanio. Negli anni 1934-35, il parroco
Davide Perversi ne curò il restauro, arricchendolo di pregevoli
pannelli, opera del trevigliese Giacomo Bellotti, su disegno del
pittore biaschino Luigi Mugliavacca. Vi sono raffigurati i
quindici misteri del Rosario, la morte del Beato Baldassarre
Ravaschieri da Chiavari, la vista della Beata Veronica a papa
Alessandro VI e l’incontro tra il beato Gandolfo Sacchi e San
Francesco d’Assisi. Dallo stesso convento provengono la
balaustra, che ora delimita l’altare della Madonna del Rosario e
lo stemma dei Mendoza, murato a sinistra dell’ingresso, inciso
nel marmo nel 1592 a ricordo dei lavori di ampliamento
dell’abside, fatti eseguire da Pietro Consalvo, feudatario di
Binasco, nella chiesa di S.Maria in Campo. Due pregevoli opere
d’arte, appartenenti allo stesso convento,furono trasportate
nella parrocchiale: l’effigie in rilievo della Madonna con il
Bambino, eseguita nella prima metà del
Quattrocento,originariamente murata nel chiostro vecchio, fu
dapprima esposta nell’edicola ancora esistente presso la colonna
di granito, che segnava il limite del piazzale della chiesa di
S.Maria in Campo, e poi posta nel cortile antistante la
canonica. Vuole la tradizione che sotto questa immagine fosse
solito trattenersi il Beato Baldassarre Ravaschieri, che in
questo atteggiamento venne fatto scolpire “nel marmo di Saltrio”
dai suoi devoti subito dopo la morte. La scultura fu
commissionata ad Antonio Amadeo(1447-1522) e fu posta dai Minori
appena sotto il rilievo della Vergine. Trasferita nella
parrocchiale, l’opera fu dapprima sistemata nella sagrestia
vecchia, dove rimase fino al 1988; ora, dopo essere stata
restaurata per volere del parroco Luigi Lucini, la si può
ammirare sul lato sinistro dell’altare della Beata Veronica,
senza dubbio in un luogo più adatto al valore dell’opera e più
consono al significato culturale che essa possiede. Della stessa
provenienza e dello stesso stile del coro è il pancone, situato
sul lato sinistro del presbiterio, anch’esso fatto restaurare
nel 1988 da Don Lucini, che è la sede da cui presiede il
sacerdote durante le varie celebrazioni liturgiche. L’organo, le
cui canne in piombo movimentano armoniosamente la parte
superiore del semicerchio dell’abside, è opera dell’artigiano
arganaro Francesco Nasoni e fu installato nel 1945. Il
medaglione della grande cupola al centro della navata ospita un
affresco del pittore Schieppati: fu eseguito tra il 1784 e il
1788 e rappresenta la gloria di S. Stefano davanti al Cristo.
Sulle quattro vele sottostanti Luigi Migliavacca affrescò nel
1945 gli Evangelisti, all’arte del Migliavacca si devono molti
dei restanti affreschi e tutto l’ornamento decorativo.
Ritornando alla cappella maggiore, in alto, sulla volta del
presbiterio è rappresentato il trionfo dell’Eucaristia; nelle
due piccole vele dei finestroni, i Santi Apostoli Pietro e
Paolo; in altre tre piccole vele dell’abside S. Siro, S.
Francesco d’Assisi e S. Caterina da Siena; nella lunetta,
l’Angelica adorazione del Crocefisso. Lungo la fascia che corre
sotto il cornicione, nei medaglioni decorativi, a partire dal
centro dell’abside, sono raffigurati Leone XIII, Pio X e Pio XI.
Sulle pareti del presbiterio, due grandi affreschi rettangolari,
uno rappresentante la predicazione di S. Giovanni Battista (sul
lato del Vangelo), l’altro il martirio di S. Stefano (sul lato
dell’Epistola); sopra di essi altri due medaglioni decorativi
con Benedetto XV e Pio XII. Due volte delimitano la grande
cupola centrale: nella parte mediana di quella posta sopra
l’ingresso è affrescata la gloria dei Beati Gandolfo e
Baldassarre; ai lati due medaglioni policromi con S. Enrico
imperatore e San Luigi Gonzaga; più in basso, due finte nicchie
con i profeti Geremia e Daniele. Nel Medaglione decorativo è
effigiato S. Adriano I. Sulla seconda volta presso il
presbiterio, al centro, la gloria della Beata Veronica; nei
medaglioni policromi il Beato Curato D’Ars e S. Carlo Borromeo;
nelle finte nicchie sottostanti i profeti Ezechiele e Isaia.
Sotto i limiti della volta, altri due medaglioni decorativi con
Pio IX e Clemente XIII. Ai lati dei finestroni che illuminano la
navata sono dipinti sei Dottori della Chiesa: ai lati del
finestrone sopra l’ingresso, S. Basilio e S. Giovanni
Crisostomo; ai lati degli altri due, S. Agostino (sottostante è
il medaglione con Leone X); di fronte, S. Gerolamo e S. Gregorio
Magno (sottostante il medaglione con Pio V). Le cappelle: a
sinistra dell’ingresso, il battistero con fonte in marmo e
affresco di Luigi Faini, eseguito nell’anno 1901, raffigurante
S. Giovanni Battista che battezza Gesù. I due angeli che recano
la veste e la lampada sono del Migliavacca. Segue l’altare della
Madonna del Rosario, con statua lignea, decorata d’oro zecchino
, della Vergine con il Bambino, chiusa in una nicchia: si tratta
probabilmente della stessa scultura di cui è scritto nei verbali
delle visite pastorali del 1704 e del 1727. Sulla sinistra
dell’altare, oltre la balaustra marmorea, una lastra di marmo
graffito dedicata a Beato Gandolfo. Infine, l’altare di San
Giuseppe, in marmo finissimo, e, nell’affresco, il Santo
protettore degli operai e della buona morte, opera eseguita nel
1944 da Nicola Febo per l’altare del Sacro Cuore di Gesù.
Procedendo a ritroso verso l’ingresso, vi è l’altare della Beata
Veronica, riordinato nel 1932, che custodisce l’urna con le
spoglie della grande binaschina. Sopra l’altare, una bella pala,
proveniente dal convento di Santa Maria di Milano, opera tardo
seicentesca del perugino Luigi Pellegrini, detto scaramuccia.Il
dipinto raffigura la Beata in estasi in mezzo agli Angeli mentre
stringe al cuore, con le mani incrociate, un ramo d’ulivo;
intorno, i simboli del mistero della sua santità: la Croce, la
pisside e il pane; alle sue spalle sta probabilmente il Beato
Ravaschieri, confessore e guida spirituale di Giovanna Neuroni
prima che fosse accolta tra le Agostiniane. Da ultimo la
cappella del S.S. Crocefisso con altare con mensa in marmo posta
nel 1933, appoggiata su due colonnine. Un grande Crocefisso
ligneo campeggia al centro della parete sopra l’altare in uno
spazio apposito ricavato nel muro. Altre opere d’arte sono nella
sagrestia o conservate nella casa parrocchiale. Un polittico
attribuito a Bernardino Luini (1480 – 1532) proveniente dal
convento di Santa Marta, che riprende i temi narrati nelle
incisioni che illustravano la prima biografia della Beata
Veronica scritta da Isidoro degli Isolani.Sempre dal convento
agostiniano giunse a Binasco un altro quadro di scuola luinesca
che raffigural’apparizione della Madonna a Giovanna Neuroni
contadina di Cicognola; e quattro quadri ottagonali
probabilmente di Givanni Battista Crespi detto il Cerano
(1590-1630) sui quali sono effigiati tre papi e un cardinale
tutti dell’ordine agostiniano: S. Gelasio I Urbano II Alessandro
II e il cardinale Tommaso. Si ricordano infine, altre opere: due
dipinti ad olio di autore ignoto raffiguranti dei presulie un
ritratto del parroco don Luigi Stefanini. La chiesa conserva in
quattro busti argentei le reliquie di S. Carlo S. Ambrogio S.
Agostino e S. Siro; in quattro piccole arne le reliquie di S.
Felice, S. Fortunato, S. Cornelio e S. Pacifico. Dal 13 Gennaio
1995 la nostra chiesa custodisce una reliquia del Beato Gandolfo
Sacchi consegnata al parroco don Luigi Lucini dal sindaco e da
don Pasquale Lavanco di Polizzi Generosa, ridente città
siciliana dove riposano la veneratissime spoglie del Beato
binaschino. La nostra comunità a sua volta, durante una solenne
cerimonia svoltasi nella chiesa parrocchiale, ha donato ai
fedeli di Polizzi, tramite il loro sindaco e il viceparroco, una
reliquia della Beata Veronica. Durante le feste in onore della
Beata Veronica vengono esposte quattro piccole urne contenenti
oggetti che hanno avuto relazione con la nostra Beata, che
giunsero nel 1812 dal convento di S. Marta. Si tratta della
tunica che la Beata indossava nel giorno della sua morte: è
chiusa nella piccola teca avvolta su se stessa, così come fu
riposta dopo che Monsignor Parrocchi, il 2 gennaio1873, ordinò
che i sacri ricordi fossero posti negli attuali contenitori,
ritenendo troppo umili le cassettine in cui erano
precedentemente racchiusi. In una seconda teca vi sono due
grossi sassi, che la tradizione vuole siano stati usati dal
demonio per percuoterla. Nella terza custodia è serbata la penna
misteriosa: si tratta di una cannuccia d’argento e smalto con
l’estremità appuntita e dorata, che, si dice, fu portata alla
Beata da un Angelo per insegnarle a scrivere. Accanto alla penna
si trova una piccola palma d’argento con i rami bianchi e verdi,
sul cui fusto è incisa l’iscrizione IHS MARIA. La quarta
cassettina racchiude un breviario francescano che, si ritiene,
sia stato donato a Veronica da fra Giovanni che godeva fama di
sanità e che, a Como, fu visitato dall’Agostiniana nell’ottobre
1489. Il breviario fu esaminato da esperti di paleografia e
Pietro Mazzucchelli, dottore dell’Ambrosiana, nel 1812 stabilì
che la data di edizione dovesse essere compresa tra il 1456 e il
1482. Binasco ebbe altre due chiese. A sud del Ticinello, presso
il “Falcone”, sorgeva la cappella di S. Giovanni Battista; era
di antica costruzione e molto presto in essa si cessò di
celebrare funzioni religiose, tanto che nella visita pastorale
del 1460 non venne menzionata e nella seguente del 7 novembre
1618 la parrocchiale era già intitolata ai Santi Stefano e
Giovanni, segno che il vecchio oratorio non esisteva più. Lasciò
ricordo di sé nel ponte che ancora oggi porta il nome del santo,
a cui era dedicata e vicino al quale sorgeva. A sud del borgo,
immersa nella pace della campagna, sorgeva l’antichissima chiesa
di S. Maria in Campo. Situata vicino all’importante via di
comunicazione che nel Medioevo collegava Milano con Alessandria,
fu edificata nel X secolo dai devoti della Madonna del Campo,
immagine dipinta su un cippo militare romano e perciò detta
anche Madonna del piastrello. Nella prima metà del XII secolo
passò ai monaci si S. Rufo della città di Valence sul Rodano,
che la tennero fino al 1375, quando, caduti nello scisma, furono
spogliati di tutti i beni che possedevano nella diocesi pavese.
In data 3 settembre 1382 fu stipulata una permuta di terre tra
il procuratore di Bianca di Savoia e Degano de Nava, rettore
della chiesa di S. Stefano, con la quale la nobildonna ottenne
106 pertiche di terra sulla quale vi era anche l’edificio
religioso. Cinque anni dopo, Papa Urbano VI accolse la supplica
dei Minori della provincia di Genova e della stessa Bianca,
inoltrata per ottenere licenza di edificare un convento sui
“prati vecchi di S. Maria” e con bolla data in Lucca il 28
febbraio 1387 ne autorizzò formalmente l’erezione. Dopo
l’edificazione del convento la chiesa fu ingrandita. Nel 1479 il
castellano di Binasco Angelo de Contuzi fece aggiungere a sue
spese le cappelle settentrionali. Alla fine del Cinquecento il
feudatario di Binasco Pietro Gonsalvo de Mendoza ne modificò
l’abside, che venne ulteriormente ingrandita verso la metà del
700. La chiesa e il convento erano orientati da sud –est a
nord-ovest. L’area del fabbricato, compreso il piazzale
antistante, era di 8 pertiche; l’annesso circondario coltivo
ammontava a cinquanta pertiche e 18 tavole. Dal sagrato, si
giungeva alla porta d’ingresso del convento, dalla quale si
scendeva per tre gradini. L’andito era suolato in beola e in
cotto; per esso si accedeva al chiostro che comprendeva due
cortili circondati da porticato in cotto con parapetto e
pilastri in granito a sostegno dei piani superiori. I cortili
erano divisi da un altro porticato che raccordava i due lati del
chiostro;in uno di essi si trovava un pozzo. I locali del piano
terreno erano utilizzati come aula scolastica, lavanderia,
refettorio, cucina, dispensa, farmacia. Vicino ad essi erano
situate le cantine, le stalle e la foresteria. Il piano
superiore comprendeva le celle dei frati e un granaio. Dal
convento si poteva passare direttamente in sagrestia e da questa
nella chiesa, un’armoniosa costruzione gotica, ad una navata con
quattro cappelle su ogni lato. L’abside era molto profonda,
originariamente ottagonale con contrafforti a coda di rondine.
La pavimentazione era in beole e cotto. L’altare maggiore,
sopraelevato di due gradini, era coronato da una balaustra.
L’entrata della chiesa, chiusa da un portone a due ante, aveva
internamente ai lati due conche in pietra per l’acqua benedetta.
Tutte le cappelle erano affrescate; quella intitolata al SS.
Rosario era stata affrescata da Daniele Crespi. Davanti agli
ingressi della chiesa e del convento vi era un piazzale che si
estendeva sino ad una colonna in vivo, situata lateralmente alla
strada d’accesso. Nel piazzale, un portico a tre campate con
quattro pilastri in cotto, coperto da tetto e delimitato dal
muro di recinzione. Il convento di S. Maria in Campo fu
soppresso nel 1805 in seguito al concordato tra Napoleone e la
Santa Sede. Fu poi adibito a ricovero degli stalloni reali,
infine venduto all’asta e demolito verso la metà dell’ottocento.
L’impianto urbanistico di Binasco, sviluppatosi nell’alto
Medioevo e consolidatosi durante la dominazione visconteo –
sforzesca, rimase pressoché immutato nei secoli seguenti fino
agli ultimi anni del Settecento. Il castello subì modificazioni
importanti in epoca spagnola: la grande torre centrale fu
abbattuta perché pericolante, le due torri orientali furono
livellate rispetto ai muri perimetrali, l’ingresso
settentrionale venne chiuso, il fossato fu trasformato in orto,
la struttura interna fu modificata radicalmente mutando la
disposizione dei piani dell’edificio. L’originaria fisionomia
territoriale del borgo fu quasi del tutto cancellata il 24
maggio 1796 in seguito all’assalto e all’incendio appiccato
dalle truppe napoleoniche. Il 13 maggio 1796 le avanguardie
dell’esercito francese entrarono in Pavia. Il 15 maggio
l’armata, guidata dallo stesso Napoleone Bonaparte, occupò
Milano. Lo sconvolgimento politico- militare non mancò di
provocare un terremoto sociale: i giovani del ceto medio
istruito, sensibili agli ideali giacobini, e gli esponenti più
politicizzati del commercio e dell’artigianato cittadino si
schierarono apertamente con la Francia; al contrario gli
esponenti del patriziato, pur non assumendo una posizione
univoca, videro nei Francesi e nel giacobinismo dei democratici
un pericolo per i loro beni e molti preferirono abbandonare
Milano e Pavia e ritirarsi nelle loro tenute di campagna dove
avrebbero potuto difendere meglio le loro proprietà. Binasco era
allora un borgo laborioso in gran parte dedito all’agricoltura,
dove, però, erano tradizionalmente esercitate molte altre
attività. Si contavano botteghe di fabbri, di
sarti-tessitori-tintori, di falegnami, di
fruttivendoli-ortolani, di cappellai. Numerose erano le osterie
e le locande, sviluppato era il commercio; queste attività
traevano profitto dalla posizione del borgo, luogo di passaggio
obbligato della strada Milano-Pavia. I binaschina ebbero
inizialmente un atteggiamento di apparente disinteresse per le
sorti del vecchio governo caduto con l’arrivo degli eserciti
napoleonici. I contadini, particolarmente, si dimostrarono
diffidenti nei confronti della nuova realtà politica: era questo
un atteggiamento che celava un mondo di difficoltà, di
privazioni e di miseria che la congiuntura degli anni di fine
secolo aveva aggravate; gli altri abitanti del paese erano per
lo più intenti a svolgere proficuamente la loro attività per far
fronte alla crisi economica e mostravano solo preoccupazione nei
confronti dello sconvolgimento politico che si stava verificando
nelle due città vicine. Tra il 1790 e il 1796, i prezzi dei
generi di prima necessità, allora costituiti quasi
esclusivamente da cereali, erano aumentati mediamente sul
mercato di Milano del 365% a fronte di una sostanziale stabilità
dei salari: il frumento era passato da 22,10 a 74 lire al
moggio, il mais da 10 a 38 lire al sacco, il riso da 26,10 a
80,10 al moggio, il miglio da 8 a 36, 10 al sacco. La fame e il
disagio sociale, aggravatisi in quegli anni, si trasformarono in
impeto aggressivo che sfociò fin dai primi momenti
dell’occupazione napoleonica in frequenti episodi di rivolta.
Dietro tali manifestazioni di inquietudine sociale, che si
espresse clamorosamente con la sollevazione dei contadini delle
nostre campagne nel tentativo di occupare la città di Pavia,
covava spesso l’istigazione dei ceti privilegiati e del clero,
fortemente ostili alla nuova situazione politica, ed aveva
facile presa sul malessere dei ceti poveri cittadini, ma più
ancora su quelli agricoli di campagna- a quel tempo i contadini
rappresentavano circa l’80% della popolazione- i quali, oltre a
soffrire dell’andamento dei prezzi a loro sfavorevole, avevano
visto venir meno, per scelta governativa, anche alcune
tradizionali difese istituzionali, quali il sistema annonario, i
vincoli nel commercio dei grani, i diritti di approvvigionamento
di legname e foraggio in seguito alla divisione delle terre
comunali. Buon gioco ebbero gli antichi legami che ancora
univano i lavoratori della terra agli ex feudatari ed ai prelati
locali, portatori di un profondo sentimento antifrancese e
antigiacobino. Tra i primi agitatori dei contadini esasperati,
le cronache del tempo ricordano il conte Gambarana di Milano ed
il sellaio Pizzoccaro di Trivolzio, che fece molti proseliti a
Casorate, Vellezzo, Marcignago, Casarile e Binasco, costringendo
con la forza i più restii ad impugnare le armi. Attivissimo
propagatore dell’insurrezione fu don Paolo Bianchi, parroco di
Sanperone, che ebbe in don Domenico Cappella, curato di
Trivolzio, e nel massaro binaschino Cesare Broglia, i suoi fidi
luogotenenti. Gli abitanti di Bereguardo insorsero guidati da
Pasquale Sollazza, commissario distrettuale. Nella cascina
Brusata l’avvocato Gioacchino Cazzani di Marcignago, figlio del
fittabile Antonio, aveva organizzato un quartiere generale di
insorti con il progetto di passare in Piemonte. Luigi Fenini,
testimone oculare, scrisse nel suo Diario che il 17 maggio, nel
portare il pane da Pavia a Milano, vide sulla piazza di Torre
del Mandano più di cento persone armate di fucili, forche,
roncole ed alabarde. Al ponte di Torriano si erano raccolti una
trentina di armati; a Nivolto una ventina. A Casarile e a
Binasco non erano in armi, ma in tumulto, mentre il generale
Augereau ordinava in un proclama di consegnare le armi e
decretava requisizioni di pane, vino, tela e buoi sotto pena di
esecuzioni militari in caso di disubbidienza. Il movimento
insurrezionale era scoppiato a Trivolzio. All’alba del giorno
17, incitati dal suono delle campane della parrocchiale, alle
quali si erano presto unite quelle dei campanili dei paesi
circonvicini, i contadini si erano armati come meglio potevano
e, organizzati in squadre capeggiate dai fittabili, si erano
uniti agli insorti di altri luoghi, formando un piccolo esercito
di circa mille persone con l’intento di marciare su Pavia. Il 21
maggio, dopo che gran parte della guarnigione francese stanziata
a Pavia fu trasferita a Milano, fu rinvigorita l’opera di
sobillazione dei rivoltosi; voci sediziose davano per certo
l’imminente ritorno degli Austriaci con la conseguente cacciata
dei Francesi “ senza Dio e affamatori del popolo “. Il 23 maggio
una folla di contadini si concentrò in piazza del Duomo a Pavia.
Con essi vi erano gli insorti di Samperone e di Trivolzio,
guidati da don Bianchi e da don Cappella. Fu posto l’assedio al
presidio francese alloggiato nel Castello Visconteo; le campane
della città e delle chiese diocesane suonarono a stormo. Il
generale Haquin fu catturato dagli insorti, ma fu salvato
dall’esecuzione sommaria dall’intervento del “ De Antiquis “,
segretario del Comune di Pavia e di altre autorità. Nello stesso
tempo altri mille rivoltosi provenienti da Casorate, Trivolzio,
Samperone, Giovenzano e Casarile si erano asserragliati in
Binasco con l’intento di costituire un avamposto a nord del
Ticinello. Il borgo rappresentava un importante caposaldo
strategico: conservava ancora in parte le mura, il terrapieno e
il “ refosso “ medioevali su tre lati del suo perimetro e
l’unica via di collegamento tra Milano e Pavia, la “ strata
mastra “, attraversava il cuore del centro abitato, entrandovi,
a nord, dall’antica Porta milanese. Inoltre, tra questa porta e
l’orto della Locanda della S. Corona, correva un tratto di muro
del ricetto, un quadrilatero in quel tempo ormai abitato
stabilmente e in diversi settori destrutturato, ma che
conservava ancora alcuni dei caratteri originali di luogo
difensivo a disposizione degli abitanti del luogo e delle loro
scorte alimentari. Anche a sud la “ strata mastra “ ( l’odierna
via Matteotti ) poteva essere sbarrata chiudendo la Porta di
Binasco, che immetteva sul ponte che valicava il Ticinello,
superato il quale, la strada si dirigeva verso Pavia. Il
Ticinello, infine, delimitava al parte meridionale del borgo
creando uno stato di insularità che contribuiva a conferire ai
piani di resistenza armata degli insorti speranza di successo,
proteggendoli da eventuali colpi di mano dei Francesi. Giunse a
Binasco anche l’attivissimo don Paolo Bianchi, che le cronache
descrivono come “ un ometto piccolo, magro, tutto nervi “, il
quale subito indusse il console del luogo, Carlo Antonio
Bianchi, a far suonare a martello le campane della parrocchiale
per incitare alla sollevazione i molti borghigiani che, fino a
quel momento, si erano tenuti in disparte. Il 24 maggio i
dragoni del generale Despinoy dovettero sedare un tumulto sorto
a Milano. Napoleone, che in quel giorno si trovava a Lodi per
affrontare di nuovo le già sconfitte truppe austriache comandate
dal generale Beaulieu, temette d’essere stretto tra le truppe
nemiche, che stavano ricevendo rinforzi e riorganizzandosi al di
là del Mincio, e le masse contadine in rivolta nella campagna
pavese. decise di agire con rapidità contro Binasco e di
attaccare poi Pavia. Il 24 stesso, verso mezzogiorno, partì da
Milano una brigata di fanti scortata da uno squadrone di dragoni
agli ordini del generale Lannes o, forse, come alcune cronache
tramandano, del generale Garnier. Il prevosto di Binasco, don
Luigi Stefanini, che già aveva cercato di dissuadere don Paolo
Bianchi dai suoi propositi insurrezionali, avrebbe voluto
mandare incontro ai Francesi una delegazione di parrocchiani
moderati per annunciare la resa del borgo, ma gli fu impedito.
Nel primo pomeriggi la brigata giunse al Piastrello, a meno di
un chilometro da Porta milanese, dove arrestò la marcia. Due
dragoni furono mandati in avanscoperta per saggiare le
intenzioni degli insorti che li accolsero a fucilate: uno di
essi fu colpito a morte. La reazione fu immediata: dato il
segnale d’attacco,un reggimento di fanti, preceduto dallo
squadrone di dragoni al galoppo, assalì Porta milanese, mentre
il secondo reggimento attuò manovre diversive per disorientare
gli insorti, i quali, scaricati freneticamente i loro fucili,
compresero d’essere condannati all’insuccesso per
l’impreparazione della massa al combattimento ed, infatti,
furono subito sopraffatti dagli avversari e non poterono fare
altro che abbandonare precipitosamente le loro postazioni e
cercare scampo con la fuga per le vie del borgo e disperdersi
nei campi verso Casarile e Baselica Bologna.Gli ostacoli, posti
a sbarrare Porta milanese, furono travolti dalla fanteria e i
dragoni si diedero all’inseguimento dei fuggitivi mietendo
vittime a colpi di picca e di sciabola. Durante Il
rastrellamento, un fuggiasco, che si era appollaiato dietro la
siepe, sparò un colpo contro alcuni soldati francesi, i quali,
non avendo individuato da dove provenisse lo sparo, sfondarono
la porta dell’abitazione più vicina e passarono per le armi tre
givani falegnami che nemmeno avevano preso parte alla rivolta.
In poco tempo le strade del paese erano disseminate di vittime;
i caduti furono più di cento. “Represso il moto, cominciò il
castigo, terribile, tanto che ancora ne dura la memoria”,
scrisse Damiano Muoni nel 1864. “I soldati inferociti e avidi di
bottino, abbattevano le porte delle case, malmenavano i
malcapitati e dopo aver saccheggiato, appiccavano il fuoco alle
abitazioni. A nulla servirono le richieste di pietà: quasi tutte
le case furono depredate e più della metà distrutte dal fuoco.
Anche la canonica, che sorgeva presso la nuova chiesa
parrocchiale da poco ultimata, non fu risparmiata, e con essa le
fiamme distrussero i registri e i documenti che vi erano
custoditi.” Finalmente alcuni binaschina, fra cui il chimico
Carlo Rognoni, riuscirono ad avere un abboccamento con il
comandante francese e lo persuasero ad ordinare la sospensione
del saccheggio. Nel frattempo era giunto a Binasco Napoleone,
accompagnato da Filippo Visconti, arcivescovo di Milano e, udite
le suppliche, dispose che dai paesi vicini fossero reclutati
degli uomini per aiutare i binaschina a spegnere l’incendio.
Tuttavia da uno scritto di don Stefanini, si rileva che gli
accorsi si distinsero soprattutto nel completare le scorrerie
francesi, tanto che gli ultimi focolai dell’incendio potevano
essere domati solo il giorno 27. Il 26 maggio Napoleone poteva
già annotare riguardo alla sommossa di Binasco: “oggi tutto è
tranquillo”. Mentre il generale Depinoy, in data 9 pratile (28
maggio), emanava un proclama minaccioso: “tremino quegli uomini
perversi che hanno affilati li pugnali contro i loro
benefattori, imparino i nemici del nome francese a rispettarlo;
li sediziosi che essi avevano armati, li ribelli che si erano
mossi alla loro voce sono rientrati nella polve. Gli abitanti di
Binasco più non oltraggeranno i francesi; e sterminati, erranti
e fuggitivi essi portano la pena ben dovuta al loro attentato, e
la fiamma divoratrice che serpeggia ancora intorno de’ loro
asili annuncia abbastanza che all’offesa tenne dietro
immediatamente il castigo. La ribellione è espiata col fuoco
(…)”. Due giorni dopo in un altro proclama al popolo della
Lombardia, Cristoforo Saliceti, commissario del Direttorio
esecutivo dell’armata d’Italia, tra le altre cose scriveva: “(…)
I Francesi hanno voluto ricondurvi dai vostri traviamenti,
usando mezzi di dolcezza. A Binasco, dov’era il primo vostro
corpo di sedizione, vi fu offerto il perdono. Voi foste i primi
a far fuoco sulla truppa: fu d’uopo allora avventarsi su di voi
e discacciarvi a ferro e fiamma (…)”. Nessuno dei paesi, i cui
abitanti avevano partecipato alla rivolta, fu risparmiato. Dopo
quei terribili giorni, il borgo lentamente rinacque; i pochi
edifici meno danneggiati dall’incendio furono ripristinati, gli
altri completamente demoliti. Nella ricostruzione non si tenne
più conto dei limiti imposti dal”terragio” e dal “refosso”: il
primo fu del tutto spianato, il secondo in parte coperto, in
parte utilizzato come colatore. Con la ricostruzione il centro
storico si arricchì dei portici. Ancora nel 1830 lo sviluppo
urbanistico era molto limitato e gran parte della popolazione
binaschina-circa 800 unità- era dislocata nelle cascine del
territorio, al Malcantone e alla Cascina del Ferro ( o di Santa
Maria), a Cicognola, a Cascina San Giuseppe, a Cascina Bozza.
Agli inizi del nostro secolo, con la costruzione del trono di
raccordo della strada statale Milano Pavia esterno al paese, il
settore dell’antica “strata mastra” passante per il centro
abitato non fu più parte integrante dell’arteria di grande
traffico che Galeazzo Visconti aveva potenziato nel XIV secolo. |